GiurisprudenzaStesse regole dagli Usa all’Italia: l’avvocato deve verificare e se l’IA sbaglia ne è responsabile

Settembre 15, 2026

L’intelligenza artificiale entra negli studi legali, ma la responsabilità resta dell’avvocato. È il principio fissato dalla Corte Suprema del Connecticut, che ha sanzionato il legale Ian Gottlieb dopo il deposito di atti contenenti citazioni giurisprudenziali inventate da ChatGPT. È la prima pronuncia della Corte sul tema delle cosiddette “allucinazioni” giudiziarie. Gottlieb, titolare dello studio GLG Law di Wallingford, aveva usato ChatGPT per redigere le memorie difensive di due proprietari immobiliari in causa con le commissioni per l’equità degli affitti di Middletown e Hartford. Nei documenti erano finiti nove errori: precedenti mai esistiti, riferimenti normativi sbagliati, passaggi attribuiti a sentenze inesistenti. L’avvocato se n’è accorto solo un mese dopo il deposito. Convocato davanti ai sette giudici, Gottlieb aveva ammesso l’errore senza cercare scorciatoie difensive, definendo la vicenda “il peggior incubo di un avvocato” e ammettendo di non essere riuscito a ricostruire in quale fase del lavoro con l’IA si fossero insinuati gli errori. Il quadro ha convinto la Corte a scegliere la strada più mite tra quelle disponibili, non la sospensione né la radiazione, ma sei ore aggiuntive di formazione in etica professionale e gestione dello studio, da sommare all’obbligo annuale già previsto dallo Stato. In udienza erano emerse posizioni distanti, c’era chi, valorizzando il pentimento del legale, escludeva che un errore, pur grave, dovesse pesare sull’intera carriera e chi vedeva nell’uso disinvolto dell’IA una scorciatoia che rischia di svilire la professionalità dell’avvocatura. Nel provvedimento la Corte ha scelto una formula che non lascia spazio a dubbi: gli avvocati che si affidano all’IA generativa devono conoscerne rischi e limiti, e restano personalmente tenuti a garantire che ogni citazione, ogni riferimento normativo e, più in generale, ogni atto depositato siano accurati, indipendentemente dallo strumento con cui sono stati redatti. L’obbligo di competenza, precisano i giudici, non si esaurisce nel controllo dei testi, riguarda anche la comprensione di come questi strumenti possano incidere sul segreto professionale e sulla riservatezza dei dati dei clienti quando le informazioni transitano su piattaforme esterne. Con questa decisione il Connecticut si allinea a una giurisprudenza che negli Stati Uniti si sta consolidando rapidamente, tra corti federali e statali concordi nel ritenere che il deposito di atti con citazioni allucinate violi il dovere di rappresentanza competente del cliente. Nello Stato il tema era già emerso a inizio anno in una causa di Greenwich, e il 9 febbraio il Comitato per i Regolamenti della Corte Superiore aveva discusso l’ipotesi di una certificazione obbligatoria di verifica delle citazioni prodotte con l’IA, senza tradurla in regola vincolante. La sentenza Gottlieb colma in parte un vuoto interpretativo con uno strumento diverso, non una regola procedurale ex ante, ma un precedente disciplinare. Il principio affermato a Hartford non è isolato nel panorama internazionale. Anche la Cassazione penale italiana, con la sentenza n. 23006/2026, ha affermato un principio analogo, per certi aspetti ancora più incisivo sul piano processuale. La citazione di precedenti inesistenti generati dall’intelligenza artificiale costituisce indice di “colpa qualificata”, giustificando l’aumento della sanzione pecuniaria prevista dall’art. 616 c.p.p., poiché l’uso dell’IA non esonera il difensore dal dovere di verificare la veridicità delle fonti richiamate. Dunque ordinamenti diversi, stesso esito: la tecnologia può entrare negli studi legali, il controllo finale no. Quello resta compito del professionista, e non si delega.

Fonte: IlDubbio · 2026-08-14T15:47:00+02:00
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