È il caso di dire che per gli avvocati il Parlamento concede un’eccezione forse più unica che rara: una “doppia conforme”, cioè due via libera secchi e senza voti contrari al ddl delega sul nuovo ordinamento forense: prima alla Camera, lo scorso 26 maggio, oggi al Senato. In entrambi i rami del Parlamento si è registrata la sola astensione del Movimento 5 Stelle, con il resto delle opposizioni, Pd e Avs ma anche Italia viva e Azione, schierate per il sì, tra alcuni distinguo ma col sincero riconoscimento di una riforma valida. Un successo per la professione legale, per le sue istituzioni, a cominciare dal Cnf, per l’Ocf, la Cassa e il panorama associativo: tutte le rappresentanze, dunque, dalle quali, come ricordano in Aula diversi senatori, è arrivato l’input iniziale, una proposta di legge che il ministro Carlo Nordio ha preferito tradurre nella delega definitivamente approvata. Vorrà dire che nei prossimi mesi toccherà ai decreti legislativi, che però partono dalla base dettagliatissima consegnata alla politica proprio da un’avvocatura forse mai così coesa. Tante rivoluzioni, e una su tutte: l’introduzione della monocommittenza. Non è un caso che tra le prime voci del mondo forense a esprimere «grande soddisfazione» si sia fatta sentire quella dell’Aiga, che definisce la riforma «capace di valorizzare il merito, favorire l’accesso dei giovani alla professione, promuovere nuove forme di esercizio dell’attività forense». Sul piano più strettamente politico, si deve partire dai numeri: 114 sì, i 19 astenuti del Movimento, neppure un voto contrario, come detto. Si è partiti da una discussione generale relativamente agile, a cominciare dagli interventi dei tre relatori, uno per ciascuna delle tre principali forze di maggioranza: Gianni Berrino di FdI, Erika Stefani della Lega e Pierantonio Zanettin di Forza Italia. Tre capigruppo in commissione Giustizia, l’ultimo dei quali, Zanettin, ha tenuto a segnalare come la legge sia anche una risposta alla sentenza della Corte costituzionale sulle società tra avvocati con soci di capitale: la pronuncia che ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’Unione nazionale Camere civili (tra le sigle che hanno contribuito alla riforma), ha ricordato il forzista, sollecita però un intervento del legislatore, e «il testo che andiamo ad approvare stabilisce che che la società tra avvocati non possa prestare attività in misura prevalente a favore del socio non professionista: si valorizza», dice il senatore azzurro, «il ruolo dell’avvocato» e lo si difende «rispetto ai soci di capitale». Nel disegno che ora andrà declinato con le norme di dettaglio c’è una sintesi fra tutela dell’autonomia e modernizzazione. Ne parla innanzitutto il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, che ha seguito i lavori in entrambe le Camere: l’ok definito alla riforma, rivendica, «è una risposta concreta, attenta e pragmatica alle necessità e alle difficoltà che sta vivendo l’avvocatura italiana. Non si tratta di un mero restyling normativo, ma di una riforma di ampio respiro che guarda al futuro per declinare la figura dell’avvocato in una dimensione più moderna, in linea con cambiamenti sempre più rapidi». Se l’avvocatura è «un presidio costituzionale imprescindibile di tutela dei diritti e delle garanzie del cittadino», aggiunge il numero due di via Arenula, «per svolgere al meglio questo delicato ruolo, erano necessari strumenti più moderni ed efficaci, esattamente quelli che abbiamo messo a disposizione». Sintonia chiara con il sottosegretario Andrea Ostellari, che nel “board” del ministero guidato da Nordio rappresenta il Carroccio: questa riforma, ricorda, è per gli avvocati «la prima organica dopo oltre tredici anni, diventa legge e segna un passo avanti verso una giustizia più moderna e vicina ai cittadini. La Lega ha sostenuto con convinzione questo intervento che riconosce la funzione essenziale dell’avvocato quale garante dello Stato di diritto e presidio irrinunciabile per la tutela delle libertà e dei diritti. La riforma rafforza l’autonomia e l’indipendenza della professione e le garanzie connesse all’attività di difesa, ed è il risultato di un confronto con l’avvocatura sostenuto convintamente dalla Lega». Il punto di caduta è «tutelare meglio i cittadini e rendere il sistema giudiziario più efficiente e moderno». Fratelli d’Italia ha contribuito in modo decisivo all’accelerazione sull’iter anche grazie alla responsabile Professioni Marta Schifone, che alla Camera è stata relatrice con l’azzurro Pietro Pittalis e la salviniana Ingrid Bisa: «È stata una riforma da, per e dell’avvocatura, profondamente partecipativa, nata dal basso, che», puntualizza la deputata, «ha raccolto le istanze del mondo forense attraverso un confronto fitto e costante. Sono orgogliosa del contributo alto che ha dato Fratelli d’Italia a un testo che ambisce a essere la carta costituzionale dell’avvocatura italiana», aggiunge la parlamentare meloniana. Va ricordato il contributo responsabile del centrosinistra, senza il quale la scena confortante vista a Palazzo Madama e Montecitorio non ci sarebbe stata. Innanzitutto del Pd, che affida alla vicepresidente del Senato Anna Rossomando la sintesi finale: «Il voto favorevole al ddl delega di riforma dell’ordinamento forense risponde alla necessità di nuove e aggiornate regole lungamente attese a distanza di 14 anni dagli ultimi interventi. Tra questi», fa notare Rossomando, «l’eliminazione di alcune incompatibilità sulla partecipazione alla governance di società» e «l’aver iniziato ad affrontare il tema della monocommittenza. Non condividiamo invece la scelta del ddl delega, che conferma un’impostazione protesa a mettere tutto in mano al governo», dice però la vicepresidente di Palazzo Madama. Analisi completata dal capogruppo dem in commissione Giustizia Alfredo Bazoli: «Un passo avanti, certo, ma che lascia alcune questioni irrisolte: ad esempio il grave squilibrio reddituale tra uomini e donne, che guadagnano circa la metà dei colleghi uomini». La senatrice di Italia viva Silvia Fregolent individua il limite nella «invarianza di bilancio: non si può fare una riforma dell’ordinamento forense senza risorse aggiuntive». Più radicale è la critica della capogruppo Giustizia 5S Ada Lopreiato, secondo la quale con la scelta del ddl delega si è utilizzato il Parlamento «solo in maniera marginale» e se n’è svilito «il contributo che possono dare tutti i parlamentari». E anche su un’innovazione netta qual è appunto l’introduzione della monocommittenza, Lopreiato avrebbe preferito veder tutelata questa categoria con «una forma scritta del contratto, precisando modalità e entità della retribuzione nonché normando le possibilità di recesso, in caso di malattia dell’avvocato in monocommittenza oppure di gravidanza». È e resta una riforma imponente per lo spettro di questioni che affronta. E anche la vivacità del dibattito suscitato, sugli avvocati, fra i partiti è tutto sommato un aspetto di un esito in gran parte positivo.
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